Un mese fa esatto ero seduta sulla riva del Po.
Avevo ritagliato un angolo, che chiamavo il mio ufficio, fra i tavolini dell’Imbarchino nel Parco del Valentino. Ho passato quasi una settimana tutti i giorni seduta allo stesso posto, cercando di mimetizzarmi fra gli studenti universitari, a leggere libri per il mio viaggio in Bosnia. In verità, era solo autismo: stesso tavolo, stessa sedia, stessa posizione, stesse ordinazioni alle stesse ore del giorno (caffè, focaccia con acqua, caffè, succo di frutta, spritz distribuiti fra le 10 e le 19) per sette giorni. A godermi il solicino caldo di inizio autunno.
Dovevo essere a Zagabria e invece sono finita a Torino, non so neanche io come.
La corrente mi ha portata là, e io l’ho seguita senza farmi troppe domande. Solo tre settimane dopo, quando mi sono trovata a trattenere il fiato davanti all’Una, al Vrbas, alla Neretva e alla Sava, ho capito che il Po che scorreva immobile sotto i miei occhi verde denso e luccicante, appena scosso dai canoisti o da qualche germano, mi aveva cercata, chiamata a sé per insegnarmi il linguaggio del fiume.
Di ritorno dalla Bosnia, una settimana fa, sono di nuovo finita a Torino.
Anche stavolta non so come: sono le coincidenze che stanno scrivendo il mio viaggio. E per coincidenza mi sono trovata per dieci minuti davanti al Po.
Gli ho detto che avevo capito cosa intendesse quando mi parlava dell’irrequietezza dell’immoto e del silenzio impetuoso dei fiumi.
Che l’ho capito quando in quei fiumi ho visto i colori sciogliervisi dentro e diventare affilati, ingannevoli e taglienti come i bordi dei fogli di carta.
E cosa hai imparato? Mi ha chiesto.
Solo due parole. Gli ho risposto.
Pojuri polako.
Poi l’ho salutato.
Dopodomani riparto. Per vedere la Drina.
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