serena guidobaldi

Freelance journalist, writer and cook. Next step: becoming a marathon runner.

#oneyearoff I wish I had a river so long I would teach my feet to fly [fiumi]

Un mese fa esatto ero seduta sulla riva del Po.
Avevo ritagliato un angolo, che chiamavo il mio ufficio, fra i tavolini dell’Imbarchino nel Parco del Valentino. Ho passato quasi una settimana tutti i giorni seduta allo stesso posto, cercando di mimetizzarmi fra gli studenti universitari, a leggere libri per il mio viaggio in Bosnia. In verità, era solo autismo: stesso tavolo, stessa sedia, stessa posizione, stesse ordinazioni alle stesse ore del giorno (caffè, focaccia con acqua, caffè, succo di frutta, spritz distribuiti fra le 10 e le 19) per sette giorni. A godermi il solicino caldo di inizio autunno.

Dovevo essere a Zagabria e invece sono finita a Torino, non so neanche io come.
La corrente mi ha portata là, e io l’ho seguita senza farmi troppe domande. Solo tre settimane dopo, quando mi sono trovata a trattenere il fiato davanti all’Una, al Vrbas, alla Neretva e alla Sava, ho capito che il Po che scorreva immobile sotto i miei occhi verde denso e luccicante, appena scosso dai canoisti o da qualche germano, mi aveva cercata, chiamata a sé per insegnarmi il linguaggio del fiume.

Di ritorno dalla Bosnia, una settimana fa, sono di nuovo finita a Torino.
Anche stavolta non so come: sono le coincidenze che stanno scrivendo il mio viaggio. E per coincidenza mi sono trovata per dieci minuti davanti al Po.
Gli ho detto che avevo capito cosa intendesse quando mi parlava dell’irrequietezza dell’immoto e del silenzio impetuoso dei fiumi.
Che l’ho capito quando in quei fiumi ho visto i colori sciogliervisi dentro e diventare affilati, ingannevoli e taglienti come i bordi dei fogli di carta.

E cosa hai imparato? Mi ha chiesto.
Solo due parole. Gli ho risposto.

Pojuri polako.

Poi l’ho salutato.
Dopodomani riparto. Per vedere la Drina.

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#oneyearoff wind in my hair, I can feel part of everywhere [Venice]

Stanotte rileggevo “L’eredità di mia nonna”, di Hugo Pratt.
Prima di partire per Venezia, volutamente avevo evitato di riprendere in mano Corto Maltese, Pratt in generale, e qualsiasi altro libro mi avesse parlato di quella città. Bastava il po’ che ricordavo, e non volevo crearmi immagini prima ancora di arrivare.
Ho fatto bene.
Perché tutto quello che avevo letto, lì, è ritornato fuori naturalmente, lievemente.
Sono stata in fondo solo quattro giorni, ma così densi che mentre li vivevo non me ne rendevo conto.
Solo ora, che sono passate quasi tre settimane, Venezia mi sta tornando su a fiotti. Dopo lo stordimento iniziale, il disorientamento, lo stupore, per un po’ Venezia è rimasta nascosta da qualche parte negli occhi e nelle narici e nei pensieri. Quasi come non ci fossi stata.
Mentre ero lì mi sembrava di non vedere, di non sentire, di non percepire nulla. Mi piaceva, ma mi meravigliava come non riuscissi ad avere reazioni, totalmente imbambolata.
All’improvviso è riemersa: colori, forme, profili, passi, piccoli suoni, silenzi, voci, sapori, odori, viene tutta fuori, inaspettatamente, di punto in bianco mentre magari sto pensando ad altro, sto facendo altro.
E mi riemergono particolari insignificanti, piccole emozioni che lì per lì forse neanche avevo notato, contrasti, coincidenze, e su tutto una caratteristica: i continui salti nel tempo.
Altre volte, in altri luoghi, mi è capitato, ma erano sporadici fenomeni legati ad uno specifico posto, ad una situazione sola.
A Venezia no, a Venezia era la normalità, una macchina del tempo fenomenale capace di portarti in dimensioni sempre diverse, in stati di allucinazione continui; capace di tirarti fuori tutto, di commuoverti e smuoverti e portarti ad una coscienza superiore, come l’ayahauasca.

Lampi che irrompono, di punto in bianco: ecco il Nicelli Read the rest of this entry »

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#oneyearoff Get busy living, or get busy dying [Venice]

E dunque ci siamo. Domattina parto per Venezia.

Avevo 4 anni, la prima ed ultima volta che vidi Venezia. Ho le foto che lo testimoniano: cappottino rosso, felice in mezzo ai piccioni (avevo già una passione smodata per i piccioni allora) (io fotografo quasi unicamente piccioni) (e sì, come Marta credo che si trasformino in principi azzurri)
Sono passati 38 anni, poi, durante i quali periodicamente mi sono detta: ora parto, e torno a Venezia.
Ma non era mai il momento giusto, e rimandavo, e più la vagheggiavo, Venezia, più diventava lontana, irraggiungibile.

Poi, arriva tutto il discorso delle Variazioni Goldberg e penso: mo’ parto. Ora. NAU.
Salpo da lì per il mio Milione, e porto più bello non mi poteva toccare in sorte.

Il primo itinerario, il primo progetto è questo:
Slovenia, Croazia e Bosnia Erzegovina.
Perché comincio così il mio #oneyearoff? non lo so neanche io.
Ho degli amici, in alcune parti di questi paesi, amici cari che non vedo da anni, e il primo pensiero è stato: vado a Venezia, e poi vado a trovare i miei amici già che sono on the way.

Invece c’è dell’altro.
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